Migranti e lingue, due chiacchiere all’Hub di Milano

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Murale vicino all'Hub di Milano, lungo il Naviglio Martesana

migranti e lingue
19Giu '17

Migranti e lingue, due chiacchiere all’Hub di Milano

Nella foto, da sinistra a destra: Baràn, volontario dell’Hub di origine curda; Gaia, che mi ha aiutato molto nelle interviste; Apdo, diciassettenne siriano, originario di Homs, che mi ha fatto più volte da interprete

Dal bancone di un bar prestato dalla ferrovia versavo té, o tchai come lo chiamano loro, a ragazze e ragazzi di origine africana e euroasiatica: venivano prevalentemente da paesi in guerra come Afghanistan, Libia, Siria, Iraq, Kurdistan, e dal corno d’Africa (Somalia, Etiopia, Eritrea). Ricordo uno scambio in inglese con un libico sveglio, avrà avuto la mia età: era molto interessato alla Milano notturna, e mi chiedeva i mezzi di trasporto per raggiungere la zona dei locali. 

Alcuni operatori del Progetto Arca, onlus che dalla sua nascita si occupa di assistenza ai senza dimora e dal 2014 di aiuto ai migranti, sono arabi madrelingua. Un giovane operatore, italiano di padre ed egiziano di madre, mi raccontava di riuscire a comunicare perfettamente con i migranti del Nord Africa e del Medio Oriente, mentre aveva qualche problema con chi parlava tigrino. Questa lingua, che non conoscevo, è impiegata comunemente in Eritrea e in Etiopia e ha solo poche affinità con l’arabo.  

Baràn, trentaduenne curdo nato ad Ebril, è all’Hub di Milano da più di un anno: collabora come volontario del comune e conosce l’italiano, anche se le nostre conversazioni sono state soprattutto in inglese. Ad Ebril, prima della guerra, si occupava di marketing. Da quello che ho capito da qualche suo accenno, alcuni suoi familiari sono stati uccisi da membri del Daesh, e lo stesso Baràn deve essersela vista brutta più volte.

Apdo, ragazzo siriano di diciassette anni, studia alle superiori e fa un corso di canottaggio. Quando l’ho intervistato l’interesse principale che manifestava era quello di imparare bene l’italiano per trovare lavoro il più presto possibile. Apdo mi è stato molto utile perché conoscendo sia l’italiano che l’arabo mi ha fatto da interprete con altri migranti che volevo ascoltare. Come Mustafa e Alex, due sedicenni compagni di scuola al Cairo che si erano fatti la traversata verso l’Italia in gommone due settimane prima. Erano molto felici quando raccontavano il viaggio, peraltro in condizioni veramente dure, e invidiavano Apdo perché era riuscito a entrare a scuola e stava imparando l’italiano.

 

 

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comments

There are 1 comments on this post.

  1. simonetta venturino

    • Posted on 19 giugno 2017

    E’ evidente che la barriera linguistica è un ostacolo che impedisce una vera integrazione ed è perciò comprensibile che gli immigrati desiderino imparare la nostra lingua. Le istituzioni dovrebbero impegnarsi più a fondo creando corsi di italiano gratuiti nelle scuole pubbliche che permettano ai giovani un inserimento nelle classi che non sia solo un parcheggio. Questo permetterebbe anche di dare lavoro a giovani italiani disoccupati. E’ vero che ci sono poche risorse ma ho l’impressione che siano anche spesso spese male.

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