Traduzioni alimentari: alcuni tratti unici ed esclusivi

Come tradurre nell’ambito della ristorazione

Le traduzioni alimentari presentano particolarità uniche: vi sono casi in cui un dato termine non ha una traduzione in nessun'altra lingua che non sia quella originale. Nel testo riportiamo alcuni classici esempi di cibi o ingredienti i quali non vengono mai tradotti, a meno di una scelta inusuale e diversa del ristoratore.

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11Ott '18

Traduzioni alimentari: alcuni tratti unici ed esclusivi

Le traduzioni alimentari, spesso associate al mondo dei ristoranti e più in generale a quello dei prodotti alimentari, hanno tradizionalmente presentato una questione mai del tutto risolta: fino a che punto un prodotto originale deve venire tradotto?

Prendiamo ad esempio il termine italiano raviolo: la parola raviolo sarebbe di per sé riconoscibile da chiunque nel menu di un ristorante londinese, newyorkese o parigino? Probabilmente no. Sebbene molti clienti potrebbero individuarne le origini italiane ed essere a conoscenza del significato di tale termine avendo già assaporato l’alimento, non tutti potrebbero essere in grado di associare la parola raviolo al prodotto così come lo conosciamo in Italia.

Il raviolo, peraltro, la cui sfoglia può contenere carne, pesce o verdura, ha diversi corrispettivi esteri. L’inglese dumpling, il polacco pierogi o il cinese dim sum. Alle volte, la scelta tra il termine locale e quello internazionale – dumpling, appunto – è una precisa scelta del locale o del ristorante. C’è chi opta per la tradizione, come diversi ristoranti di Varsavia o Cracovia che, sebbene pensati principalmente per turisti, chiameranno i loro ravioli sempre e comunque pierogi e chi, invece, al fine di ridurre le incomprensioni tra il proprio ristorante e la clientela estera riporterà la versione internazionale nella copia tradotta del menu.

In altri casi, invece, un prodotto è così inscindibilmente associato ad un paese che non esiste una fedele traduzione in nessun’altra lingua. È il caso – tra gli altri – degli spaghetti, delle penne o delle linguine. Potrebbe essere capitato a chiunque di trovare in un menu inglese o americano la parola spaghetti tradotta con noodles, ma risulta evidente come tale traduzione possa risultare fuorviante agli occhi del cliente, che quando pensa ai noodles pensa ad un altro prodotto e ad un altro contesto culinario.

In tutti questi casi il consiglio è semplicemente uno: lasciare il termine relativo al prodotto inalterato, la sua popolarità farà sì che non vi siano fraintendimenti e, qualora servisse una spiegazione, sarà cura del ristoratore o del cameriere di turno chiarire i dubbi del cliente. Le traduzioni alimentari, per loro natura, devono raccontare il prodotto così com’è senza generare nel cliente l’effetto inverso, ovvero quello della confusione.

Non va inoltre dimenticata l’influenza francese nella cucina d’oltremanica ed in quella nordamericana nel momento in cui si effettuano traduzioni alimentari: non c’è da stupirsi se, nel momento in cui si effettua la traduzione di un menu dall’italiano o da qualsiasi altra lingua all’inglese, ci si trovi a tradurre parte di esso in inglese e parte in francese. D’altronde, come scriveva Walter Scott in Ivanhoe, per quanto concerne animali e cibo gli inglesi usavano già ai tempi due versioni: quella latina e quella sassone, motivo per il quale, a titolo di esempio, la parola maiale poteva già allora essere tradotta sia con pig che con pork. Il discorso si estende anche ad altri termini. Melanzana ad esempio potrebbe tradursi sia con eggplant che con aubergine.

Tuttavia, sono diversi i modi in cui la cucina francese ha influenzato quella britannica prima e quella americana poi. Gli inglesi, ad esempio, non hanno un termine specifico per ‘alla’. Spaghetti alla bolognese, ad esempio, potrebbe tradursi verso l’inglese senza l’utilizzo di nessun termine anglofono, essendo la traduzione più fedele Spaghetti à la Bolognese, o Spaghetti à la Bolognaise. In altri casi potrebbe comunque essere consigliabile, laddove possibile, virare su una versione anglofona. Ad esempio gli spaghetti alla pescatora trovano il loro corrispettivo in inglese in seafood spaghetti.

La terminologia francese risulta ad ogni modo onnipresente nell’ambito della cucina inglese: la parola crudità viene tradotta con crudités, tartare, così come in italiano un termine che rimane in alterato è crocchette con croquettes. Risulta quindi chiaro che le traduzioni alimentari, più di quelle effettuate in altri contesti, presentano termini dei quali alle volte non esiste una traduzione uguale e fedele in un’altra lingua.

La carrellata di esempi potrebbe ovviamente proseguire, ma l’intento del nostro articolo è un altro: mettere in luce alcune caratteristiche tipiche delle traduzioni in ambito alimentare. La più caratteristica, come osservato, è la necessità di ricorrere anche al francese.

Lingua Valley fornisce traduzioni in ambito alimentare per ristoranti ed imprese alimentari di qualunque tipo e dimensione grazie ad un team di traduttori esperti e madrelingua.

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